Caro Direttore, Le scrivo per complimentarmi per l'ottimo servizio portato alla comunità pesarese con il suo giornale; mi riferisco in particolare al numero di dicembre u.s. dello Specchio, con le 3 pagine dello Speciale Immigrati. L'impressione che ho avuto nella lettura sono state, nell'ordine: a) preoccupazione nella lettura dell'intervento di Roberto Bertinetti che esprime utopiche convivenze con qualsiasi immigrato; b) disaccordo nell'analisi di Mohamed Nour Dachan; c) curiosità per il racconto di Marco Ceccolini; d) quasi totale sintonia nel Suo fondo. Nessuno propone di chiudere le frontiere verso tutti gli immigrati, anche perché sarebbe impossibile, viste le lunghissime coste che la natura ci ha dato. Questo fatto però non deve avere conseguenze negative per il cittadino italiano, in quanto quest'ultimo deve essere la principale preoccupazione dello Stato. Tale considerazione implica due commenti, uno riguardo il lavoro ed uno riguardo la cultura. Riguardo il lavoro, mi pare ovvio che si debba garantire l'occupazione prima agli autoctoni e poi a tutti coloro che possiamo accogliere e che siano in uno stato di bisogno. Questo per un semplice ragionamento: la società è nata per vivere meglio in comunità, queste comunità si sono create e sono diventate nazioni. Non seguire il procedimento sopra esposto inficia tutti i progressi dell'uomo occidentale degli ultimi secoli. Altro discorso è invece affermare giustamente che non possiamo fare finta di niente sapendo che in Africa ed in altre parti del mondo si muore di fame. E' disumano non prendere in considerazione la faccenda, od anche considerarla solamente quando qualche immagine televisiva tocca lo stomaco. La soluzione, però, non è evidentemente nell'immigrazione. Come noi siamo stati aiutati dagli Stati esteri, non senza interessi di parte, ovviamente, a rialzarci nei periodi di crisi, così a tutto il mondo occidentale conviene aiutare i paesi poveri a diventare autosufficienti oggi. E' evidente che il dire che ognuno si lavi i panni sporchi a casa propria in questo caso non funziona: la mentalità cocciuta con cui è stato portato avanti il colonialismo produce gli effetti di cui oggi disquisiamo. La proposta che appoggio maggiormente su questo argomento è quindi quella per cui i Paesi avanzati spendano il denaro che investono nell'accoglienza degli immigrati per finanziare una modernizzazione dei Paesi poveri, che dia alla popolazione indigena le possibilità di vivere dignitosamente in patria. La modernizzazione storicamente produce, a lungo termine e conoscendo le esperienze europee e americane così da non ripetere gli stessi errori, due effetti positivi: l'aumento del reddito pro capite ed il controllo demografico naturale, risolvendo così i due problemi principali dell'Africa senza concessioni ad un'etica in contrasto con molti dei nostri princìpi. L'altro commento, ugualmente importante, è quello riguardante la cultura. Due sono le ipotesi da comporre: una è quella per cui senza dialogo non si progredisce, l'altra è quella per la quale per dialogare occorre possedere delle argomentazioni. La prima ipotesi è più che razionale: affinché si progredisca occorre confrontare le proprie argomentazioni con quelle di qualcun altro, subire le sue critiche, domandarsene la fondatezza. La presenza di un dialogo allora implica la presenza di un interlocutore, in questo caso il portatore di un'altra cultura, come un immigrato. La seconda ipotesi, che appare banale, quella di possedere delle argomentazioni per discutere, è invece quella che è più difficile da raggiungere oggi: l'internazionalismo, l'egualitarismo, l'europeismo, sotto l'impulso di una certa parte politica e con l'interesse delle multinazionali che governano il mondo,stanno diffondendosi facendo piazza pulita delle culture nazionali ed anche regionali che sono state il motore, nel dialogo, dei progressi dell'umano pensiero. Se quindi si considerano valide le due ipotesi precedenti, ecco che il modello di immigrazione che oggi abbiamo deve essere cambiato. Per poter ben accettare l'immigrazione occorre risvegliare l'orgoglio nazionale, insegnarlo nelle scuole e esporlo; con questo Presidente della Repubblica si è un poco riscoperto questo valore, ma lunga è la strada per recuperare ciò che cinquant'anni di prevalenza culturale cattocomunista hanno distrutto. Gli episodi di razzismo, non solo violento, che quotidianamente viviamo sono una diretta conseguenza dell'utopia internazionalista socialista. Carlo Alberto Consani Consigliere per Alleanza Nazionale della I Circoscrizione Centro-Mare- Porto- Soria, ivi Responsabile della III Commissione Lavori Pubblici; Responsabile a Pesaro di Azione Giovani |
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